
di
Giuliano Zincone
Oriana
Fallaci non voleva convincere nessuno, ma la sua passione selvatica è sembrata
necessaria a molti, e ha sbalordito anche gli avversari. L’eremita di
Manhattan non ha messo soltanto il cuore a nudo, ma ha buttato il fegato, lo
stomaco e la bile sulle nostre scrivanie. Ha sbriciolato il pigolio
politicamente corretto del buonsenso, dei giudizi bipartisan, delle cautele
ecumeniche, afferrando immediatamente il nuovo Spirito del Tempo. Un nostro
fratello prepotente, a lungo invidiato e disprezzato, ha subìto l’estremo
affronto, l’estrema umiliazione. Al lutto atroce e simbolico delle Twin Towers,
s’è aggiunto l’insulto che ha dissacrato la fierezza del Pentagono. Il
fratello americano aveva tanti meriti, ma anche tante colpe antiche e recenti,
dall’eccidio dei pellerossa alle stragi di Hiroshima e Nagasaki, dagli
arroganti embarghi alla crudele sbadataggine del Cermis.
Una sola volta, a Sigonella, siamo riusciti a contrastarlo, e non ce ne
pentiamo. Ma adesso che l’hanno ferito, scopriamo che è pur sempre un
fratello e, come s’usa in famiglia, stiamo accanto a lui. La pena per le
vittime civili afghane non c’ impedisce di ammettere che la rabbia americana
appartiene anche a noi, e che il dolore di New York fa parte della nostra vita.
Con il suo inaudito pamphlet, Oriana Fallaci ha resuscitato una funzione
fondamentale della scrittura che, nella marea delle informazioni che ci
assediano, è utile soprattutto quando sollecita emozioni. Io, per esempio, non
condivido affatto l’orgoglio culturale di Oriana, né approvo le sue
contumelie contro gli immigrati musulmani. Ma reagisco, protesto, mi sento
chiamato in causa. E alla fine mi accorgo che non conta la correttezza dei suoi
argomenti, ma la forza con la quale mi costringe a riflettere e a schierarmi.
Sulla superiorità del nostro mondo, per esempio, c’è molto da discutere: non
tanto per negarla, ma per tentare di comprendere in che cosa consista e fino a
che punto ci riguardi. Bisogna constatare, innanzitutto, che le civiltà e le
culture non sbocciano (né appassiscono) negli stessi tempi e negli stessi
luoghi, e che, al loro interno, non producono risultati accessibili a tutti. Se
(al bar) si domanda: «In quale epoca ti piacerebbe vivere?», pochi rispondono
«adesso». Le aspirazioni variano dall’antica Roma al Rinascimento, al
Settecento, dove tutti pensano che, come minimo, sarebbero stati consoli,
artisti, marchesi. Nessuno immagina che, con ogni probabilità, avrebbe fatto
parte della stragrande maggioranza bastonata, famelica, schiava. È difficile,
dunque, rivendicare una qualsiasi superiorità a causa dei lasciti di signori
che non ci sono contemporanei. Né sarebbe facile vantare una supremazia
culturale sull’Egitto dei faraoni, sull’India e sulla Cina antiche, sui
fasti dell’Impero Ottomano. Sarebbe buffo se le plebi mesopotamiche
continuassero a vantarsi dei trionfi di Nabucco, e sarebbe ridicolo se noi
italiani ci pavoneggiassimo con le penne vetuste di Raffaello. Ogni civiltà,
del resto, esprime una vocazione speciale, in un periodo più o meno
circoscritto. Scriveva Virgilio che molti Paesi eccellevano nelle discipline
artistiche o filosofiche, ma che soltanto ai Romani spettava il compito di
governare i popoli con l’imperio, e di castigare gli indocili. Ho
l’impressione che quest’eredità non ci riguardi.
Noi
veneriamo i monumenti, i quadri, i libri, le musiche degli antenati. Ma non
misuriamo su questi beni la nostra supremazia. Possiamo e dobbiamo vantarci di
ben altro: spendendo patrimoni incalcolabili di sacrifici, di intelligenze, di
battaglie anche micidiali, abbiamo conquistato per le moltitudini livelli
notevoli di giustizia e di benessere. Queste sono le nostre cattedrali laiche:
qualità e durata della vita, assistenza medica, cibo, case, eguale rispetto e
pari opportunità per tutti, libertà (anche di culto), democrazia. Sappiamo
bene che questi tesori sono mal distribuiti, recenti, fragili. Ma proprio per
questo dobbiamo estenderli e custodirli: senza superbia, ma con legittimo
orgoglio, specialmente quando sono esplicitamente minacciati da avversari
superstiziosi e prolifici. La democrazia, per definizione, non si può imporre
con la forza a chi non la desidera. Però è necessario comprendere quanto sia
preziosa, e difenderla contro le insidie esterne e le tentazioni autoritarie
interne.
La superiorità della religione, poi, è un paradosso. Nessun credente
tradizionale si pone il problema in questi termini. Il confronto occupa un
livello alto e drastico: «La mia fede è vera, la tua è falsa». I
comportamenti, poi, dipendono dall’educazione dei singoli, dalle opportunità
politiche o storiche, dalla generosità dei prelati, dai tentativi (in corso) di
riconoscersi reciprocamente dignità o comunanza di radici. Ma questo (eventuale
e neonato) rispetto non prevede che la fede estranea diventi «vera». Una
religione, diceva Freud, o è intollerante o non è. Certo, Freud non era un
teologo, ma questo suo (sbrigativo?) giudizio ci aiuta, forse, a discernere
qualche seme del fondamentalismo.
Le religioni storiche alludono all’eterno, ma i loro linguaggi sono
incardinati alle epoche delle Rivelazioni, cioè a società agricole,
gerarchiche, presumibilmente immutabili. Le rivoluzioni borghesi, moderne e
postmoderne, i cambiamenti radicali di modelli di vita, di distribuzione dei
redditi, di accesso alle informazioni, seminano impazienze e scetticismi,
tendono trasferire all’«oggi e qui» le speranze di beatitudine delle masse.
La predicazione religiosa può reagire cercando adepti nelle plaghe del mondo in
cui le condizioni di vita siano simili a quelle contemplate nei Libri, oppure
deve aggiornare il messaggio, adeguandolo alle mutazioni della società
contemporanea. Ciò comporta una progressiva secolarizzazione delle Chiese, che
suscita perplessità e ribellioni nei credenti classici. È il caso di don
Gianni Baget Bozzo, che osa accusare il Papa di apostasia, senza considerare
che, per questo, i pontefici che egli rimpiange lo avrebbero scomunicato (altro
che Milingo!) e dannato al rogo. Chiaro: ogni Libro si presta a diverse
interpretazioni, che possono variare con i tempi ed essere usate come strumenti
di potere, anche a costo di generare scismi, conflitti, persecuzioni. Ma i
fondamentalisti sunniti o sciiti detestano soprattutto la secolarizzazione della
loro fede, l’abbandono della purezza teocratica da parte dei governi
musulmani. I fanatici non ammetteranno mai che la vera religione (così come
loro la leggono) è inadeguata al mondo: urleranno che è inadeguato alla loro
fede il mondo d’oggi, corrotto e blasfemo. Questa visione è una minaccia
micidiale per i Paesi islamici «moderati», perché in molti di loro il terreno
è fertile per la propaganda estrema, perché lì sono disponibili masse di
manovra fameliche e disperate, tra le quali si possono reclutare «uomini che
amano la morte come gli americani amano la vita», garantendo loro un premio che
non è di questo mondo. Questa è la forza nera dell’estremismo religioso:
contrariamente alla politica, esso non ha bisogno di promettere vantaggi
materiali, né teme di subire verifiche a breve scadenza.
Qualcuno s’è scandalizzato, davanti all’aggressività rovente di Oriana
Fallaci: l’hanno perfino chiamata razzista. Ma non si può rispondere
sottovoce a chi stermina i tuoi amici e sfregia la tua città. Molti
intellettuali del nostro tempo sono abituati a guardare il mondo dall’alto di
freschi palmizi, distribuendo imparzialmente torti e ragioni, come se nulla li
riguardasse. Però, quando la casa brucia, è necessario chiamare i pompieri, è
giusto detestare l’incendiario, ed è sano, nei momenti critici, recuperare le
emozioni basilari.
Il
razzismo non c’entra. Parlerei, semmai, di un’esplosione di sincerità, e
tento di spiegarmi con un esempio scolastico. È istintiva la diffidenza verso
chiunque sia «diverso». I bambini scherniscono o isolano chi parla un dialetto
esotico, chi è troppo grasso, chi è troppo alto o balbuziente. La maestra, con
fermezza e pazienza, dovrà spiegare che ciò non è giusto e, a poco a poco,
convincerà gli alunni a reprimere i loro impulsi cattivi. Ma l’ostilità
rinasce, violenta, quando in classe (nel paese o nel mondo) un «diverso»
minaccia la comunità: a questo punto lui e tutti i suoi simili precipitano nel
ghetto del disprezzo. Lo scriveva anche Antonin Artaud: di fronte alla
catastrofe cadono i castelli culturali, l’istinto cancella l’educazione. E
questo ha fatto Oriana Fallaci, una che ha visto tanti Paesi e tante battaglie:
ha scovato dalle sue viscere una vitalità elementare e ce l’ha gettata in
faccia.
Dopodiché si può discutere di tutto. Noi giornalisti siamo piuttosto
disorientati, specialmente se abbiamo girato un po’ di mondo. Arriviamo in
mezzo ai disastri con le valigie piene di convinzioni ferree, che poi vanno in
frantumi quando guardiamo i conflitti da vicino. Abbiamo paura, ma facciamo a
cazzotti per saltare sull’ultimo elicottero: vediamo molto, impariamo poco.
Siamo abituati a confrontarci con le differenze, e anche a rispettarle. Nel
Laos, per esempio, possono servirti una salsa bruna. Che cos’è? «Cacca di
uccelli». Ah, benissimo. L’ambiguità è sempre in agguato. I più vecchi
ricordano Saigon. Loro facevano il tifo per i nordisti, ma quando le cannonate
dei «liberatori» s’avvicinavano all’albergo, gesummaria, speravano che gli
imperialisti le zittissero. E in Pakistan? Sembrava giusto, nei tempi andati,
parteggiare per il «laico» Alì Bhutto, si capiva benissimo che le sue
tentazioni «neutraliste» dispiacevano agli occidentali, che gli aizzavano
contro turbe islamiche, e che si preparavano a farlo impiccare, dopo un solenne
processo gestito da magistrati scuri travestiti da inglesi, con le parrucche in
coppa. Però, se ti trovavi a Lahore, in mezzo a una sparatoria, non dico che
cambiassi idea, ma te ne fregavi del torto e della ragione: volevi soltanto che
la piantassero.
Noi eravamo mosche cocchiere, e siamo diventati coltivatori di dubbi. Né ci
aiutano i discorsi che ascoltiamo, stupefatti, nei talk show radiotelevisivi.
Prendiamo appunti: «Con gli aiuti alle vittime di Manhattan, l’America s’è
convertita al socialismo delle partecipazioni statali». «Il riassetto
geopolitico postbellico? Vediamo un po’: il nord dell’Afghanistan sotto
controllo tagiko, il sud lo affidiamo ai pakistani, il re garantisce la
federazione e l’India si consola in pace con il Kashmir». «Ma è tutta una
roba di soldi! Oppio, banche, gasdotti!». Taleban Petrol, insomma. Che
tristezza. Quasi tutte le nostre vecchie passioni sono state tradite. I
sudvietnamiti stanno peggio di prima. Gli iraniani non hanno guadagnato granché,
passando dallo scià agli ayatollah. Le donne afghane, poi, soffrivano meno di
adesso, sotto il regime dei fantocci filosovietici. E ormai, a quanto pare, il
crudele Gheddafi, è diventato amico, l’ondivago Arafat oggi assomiglia a una
garanzia, e domani (mai dire mai) qualche perfido dittatore laico potrebbe
essere rivalutato...
Oriana Fallaci non coltiva queste nausee. Lei impugna la spada e taglia il mondo
in due. La sua fede è brutale, ma nutriente, soprattutto perché ci obbliga a
inforcare occhiali più lucidi. Sono tutte vere, le cose che scrive? Non è
questo il punto. Anche le lucciole di Pasolini non erano affatto scomparse. Ma,
in fondo, aveva ragione lui.