di Sergio Romano
 
 
 
 
 
 
 
 
La presa di Kabul sembra smentire lo scetticismo con cui l’evoluzione della guerra afghana è stata commentata negli scorsi giorni. Il successo militare dimostra che i bombardamenti americani sono stati efficaci e che l’Alleanza del Nord è più forte di quanto molti non pensassero. L’inverno alle porte non è più una scadenza minacciosa e il cerchio intorno a Osama Bin Laden è diventato più stretto. Possiamo quindi sperare che la guerra sia entrata nella sua fase conclusiva? Possono i nervosi alleati dell’America tirare finalmente un sospiro di sollievo? Per rispondere a queste domande vorremmo sapere ciò che nessuna fonte ufficiale sinora ci ha detto: perché i talebani hanno abbandonato Kabul. Se il loro esercito è in rotta e le defezioni, nei prossimi giorni, ne ridurranno ulteriormente la consistenza, i vincitori potranno allora controllare in breve tempo buona parte del territorio. Se si sono ritirati per riorganizzare le loro difese o, peggio, per passare dalla guerra di posizione alla guerra di guerriglia, la conquista di Kabul sarà soltanto un episodio, importante ma non decisivo.
In attesa di una risposta limitiamoci a osservare che l’improvvisa ritirata dei talebani ha sconvolto il quadro della situazione politica. Gli Stati Uniti e il Pakistan, come sappiamo, volevano che l’occupazione della capitale non avvenisse prima della costituzione di un governo «nazionale», e il Pakistan, in particolare, voleva che di questo governo facessero parte i pashtun della fazione moderata del movimento talebano. Questa prospettiva diventa ora più difficile.
L’Alleanza del Nord (un esercito composto prevalentemente da uzbeki, tagiki e hazari) ha conquistato un pegno territoriale e diventerà probabilmente meno conciliante. Gli americani hanno buoni strumenti di persuasione (armi, denaro, aiuti alimentari) e ne faranno buon uso. Ma chi controlla il territorio può fare la voce grossa e cercare di dettare le proprie condizioni.
La guerra, in altre parole, ha cambiato carattere. Dopo essere stata, all’inizio, una guerra contro Osama Bin Laden e la sua organizzazione, è diventata l’ennesimo episodio di un vecchio conflitto che si combatte da più di un secolo e mezzo. La posta, ancora una volta, è il ruolo dell’Afghanistan. Circondato da alcune delle maggiori potenze regionali, il Paese avrebbe interesse a comportarsi come una Svizzera asiatica, vale a dire a proclamare la propria neutralità e a difenderla contro qualsiasi minaccia. Ma un Paese è «Svizzera» soltanto se è fortemente unito, pure nella varietà delle sue componenti nazionali, dal desiderio di impedire qualsiasi interferenza dei vicini. Ma questa unità, purtroppo, è esattamente ciò che fa difetto all’Afghanistan. Per meglio sopraffare le altre, ciascuna delle sue etnie si appoggia su un Paese straniero. E per meglio contrastare le rispettive ambizioni tutti i vicini dell’Afghanistan cercano di stabilire un rapporto clientelare con una delle sue etnie. La disunione attira gli stranieri, e questi a loro volta esasperano le divisioni. Vittima di questo circolo vizioso, l’Afghanistan diventa inevitabilmente, prima o dopo, ingovernabile o, se preferite, un campo di battaglia dove gli Stati confinanti si fanno guerra per procura.
Per rompere questo circolo vizioso l’America, nelle prossime settimane, si servirà della propria autorità, del proprio prestigio e dei grandi mezzi finanziari di cui dispone. Ma ciò che sta accadendo conferma la validità di una vecchia legge storica, spesso dimenticata dagli uomini politici: che ogni guerra crea, lungo la strada, problemi nuovi, non meno complicati di quelli che vorrebbe risolvere.