di Stefano Folli

 

 

Nello stupore di molti osservatori e nonostante il palese autolesionismo, l’Italia politica continua a dividersi sull’Europa. La nuova riunione senza il governo di Roma del «direttorio» a tre ha riattizzato una polemica che non si è esaurita in poche ore, come sarebbe stato logico, ma è proseguita anche nella giornata di ieri. A Silvio Berlusconi che ha lamentato «l’atteggiamento poco patriottico dell’opposizione», le voci del centrosinistra hanno opposto di nuovo l’elenco dei peccati del governo: rogatorie internazionali, conflitto d’interessi, battute infelici sull’Islam, caso Airbus, eccetera. Tutto questo per ribadire ancora una volta che, se l’Italia è nella serie B europea, la responsabilità è solo del governo Berlusconi e della sua crisi di credibilità. Ma l’aspetto più grave è che l’accanimento della sinistra sembra seppellire per l’ennesima volta le speranze di una politica europea «bipartisan», cioè condivisa. Quella politica a cui si riferiva ieri Piero Ostellino, sul Corriere , nel chiedere a Fassino, prossimo segretario della Quercia, di respingere una volta per tutte la tentazione di aprire polemiche quando è in ballo l’immagine internazionale del Paese.
Anche Francesco Rutelli afferma di voler salvaguardare lo spirito di una politica internazionale condivisa. Ma siamo lungi da un simile traguardo. Nessuno o quasi nel centrosinistra sostiene in pubblico la tesi di Giuliano Amato. E cioè che il problema italiano rispetto all’Europa, reso drammatico dal trauma dell’11 settembre, va molto al di là di Berlusconi: qualsiasi governo, anche con diversa base parlamentare, avrebbe urtato contro gli stessi ostacoli.
Invece l’Ulivo è fermo alle accuse contro il presidente del Consiglio, rese più aspre dall’avvicinarsi del fatidico 10 novembre, giorno della manifestazione pro-Usa. Come dire, secondo certe analisi, che la ragione sta dalla parte di chi (Chirac o altri) ha valutato l’Italia come un Paese screditato e ha deciso di escluderla.
Giorni fa il capo dello Stato, che della politica europea è da tempo il più fervido sostenitore, aveva indicato a maggioranza e opposizione la cornice di una linea convergente: «Nessuno può darci lezioni di europeismo». In altre parole, ci vuole un ritorno, nel più largo accordo, alla tradizionale vocazione europea dell’Italia, soprattutto sul terreno delle istituzioni da rinnovare e integrare.
Tuttavia il centrosinistra sembra incapace di sostenere l’unico argomento che darebbe senso a una linea nazionale verso l’Europa. Invece di rallegrarsi per le difficoltà di Berlusconi, l’opposizione dovrebbe chiedersi perché accade quello che accade. E forse dovrebbe segnalare che il «direttorio» non è solo uno sgarbo all’Italia, ma soprattutto un attentato all’idea d’Europa come si era definita negli ultimi anni, sullo sfondo di una moneta unica vista come la naturale premessa dell’unità politica.
L’uscita di scena di Kohl, il dinamismo di Blair, la fine del vecchio asse franco-tedesco: tutto questo ha creato uno scenario nuovo. La domanda che molti si pongono, senza trovare risposte convincenti, è: che cosa avverrà se il «direttorio» andrà avanti, con l’Italia esclusa (nonostante le garanzie di Blair)? Vedremo a Roma una polemica senza fine, con il centrosinistra pago di tenere sotto accusa Berlusconi? Oppure assisteremo alla ripresa di una linea «bipartisan»? Se prevarrà la seconda ipotesi, auspicata da Ciampi e certo nell'interesse di Berlusconi, occorrerà prima che la Casa delle Libertà e l’Ulivo si intendano sulla nuova realtà dell’Europa. Che tende a essere molto diversa da quella immaginata da Kohl e cementata dall’unità politica e costituzionale.