di Sergio Romano

 
Quando parleranno di lui, nei loro libri, gli storici si compiaceranno di collocare il nome di Abdul Haq, ucciso dai talebani, accanto a quelli di altri intrepidi guerrieri o leader politici che penetrarono in campo nemico e sperarono di suscitare, con la loro presenza, una insurrezione popolare. Ricorderanno il giovane pretendente Carlo Edoardo (il «bonny prince Charlie») che sbarcò in Scozia il 25 luglio del 1745 e fu clamorosamente sconfitto dagli inglesi a Culloden il 16 aprile dell’anno seguente. Oppure Carlo Pisacane, che guidò una spedizione contro i Borbone nel giugno del 1857 e si uccise a Sanza, nei pressi di Salerno, dopo un sanguinoso scontro con i contadini che sarebbero dovuti diventare i soldati del suo esercito popolare. Oppure Sir Roger Casement che sbarcò sulle coste irlandesi con l’aiuto di un sottomarino tedesco per partecipare alla rivolta dell’isola e fu giustiziato dagli inglesi nell’agosto del 1916. Oppure Ernesto «Che» Guevara che sperò di sollevare i minatori di stagno della Bolivia, fallì e cadde in una imboscata nell’ottobre del 1967.
Ma questo non è il momento delle rievocazioni storiche. Oggi il caso di Abdul Haq costringe l’America a un imbarazzante esame di coscienza. Per vincere in Afghanistan non basta bombardare le postazioni talebane e distruggere i campi di Osama Bin Laden. Occorre una «quinta colonna», capace di operare dall’interno, braccare il finanziere saudita e assumere domani il controllo del Paese. Occorre conoscere gli uomini che possano meglio di altri creare un fronte nazionale e impedire che l’Afghanistan precipiti ancora una volta, come accadde dopo il ritiro dei sovietici nel febbraio 1989, nell’abisso della guerra civile. Occorre in altre parole una «Intelligence», attrezzata per fornire alla presidenza Bush e alle forze armate americane un quadro per quanto possibile fedele della società politica afghana. L’11 settembre, dopo gli attacchi terroristici di New York e di Washington, gli Stati Uniti ebbero la sensazione che questa «Intelligence» fosse stata nei mesi precedenti assente o distratta. Oggi apprendiamo che Abdul Haq ha avuto dagli Stati Uniti, al momento della sua partenza per l’Afghanistan, un aiuto tiepido, scettico e infine, nel momento del pericolo, tardivo. La sua morte apre quindi un nuovo processo in cui la Central Intelligence Agency siede per la seconda volta sul banco degli accusati.
La Cia fu fondata nel 1947, agli inizi della guerra fredda, ed ereditò le funzioni che erano state esercitate negli anni precedenti dalla «Oss» (Organization for Strategic Services). Ma divenne immediatamente un ministero segreto a cui fu affidato il compito di fare ciò che il governo degli Stati Uniti non poteva fare pubblicamente. Le operazioni segrete («covert operations») furono da quel momento, insieme alla raccolta delle informazioni, la principale attività dell’agenzia. Gli uomini che sedettero intorno al tavolo della sua prima riunione, sotto la direzione di Allen Dulles, parlarono della campagna elettorale italiana e si chiesero quali «azioni» intraprendere nella eventualità di un successo comunista. Grazie alla vittoria della Democrazia cristiana i piani restarono nel cassetto, ma tornarono utili in Guatemala, nel 1954, quando l’amministrazione socialista del colonnello Arbenz decise l’esproprio di una grande impresa americana, la United Fruit Company. La Cia finanziò e sostenne una controrivoluzione che cacciò Arbenz e conservò il potere fino al 1966. Una seconda operazione di successo si ebbe in Iran dove nel 1951 un demagogo nazionalista, isterico e lacrimoso, Mohammed Mossadeq, aveva cacciato lo Scià e si era impadronito del potere. La Cia intervenne nel 1953, sostenne lo Scià e dette man forte ai settori dello Stato con cui Mossadeq era entrato in rotta di collisione. Ma ebbe il merito di risparmiare all’Iran un governo tribunizio e velleitario che stava distruggendo l’economia nazionale.
Da allora la «pagella» della Cia si è riempita di qualche successo, qualche scacco e un certo numero di «insufficienze». Fu abile e competente quando dovette contrastare le attività dello spionaggio sovietico, ma commise un clamoroso errore, nel 1961, quando organizzò uno sbarco di esuli cubani nella Baia dei Porci. Dette un prezioso aiuto al presidente Kennedy quando dimostrò che i sovietici stavano installandosi con i loro missili a Cuba. Ma non seppe valutare il pericolo della crisi vietnamita ed ebbe certamente una parte, anche se non del tutto precisata, nel golpe cileno del 1973. Ancora più gravi degli scacchi, tuttavia, furono le «insufficienze». Nonostante la sua rete informativa e l’alta qualità dei suoi analisti, la Cia non seppe prevedere né la guerra del Kippur nel settembre del 1973, né la crisi di Cipro del luglio 1974, né l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979.
Le attività dell’agenzia, nel frattempo, suscitavano in America molte critiche e riserve. Fu deciso che una potenza occulta, autorizzata a uccidere leader politici e a organizzare colpi di Stato, non era compatibile con gli ideali democratici e con la «missione morale» degli Stati Uniti nel mondo. Nel 1976, dopo il rapporto di una commissione presieduta dal senatore Church, la Cia venne privata di alcune «licenze» (l’assassinio di uomini politici) e soggetta a una sorta di vigilanza democratica. Più tardi fu deciso che l’Agenzia non sarebbe stata più autorizzata a «pescare» i suoi agenti nei bassifondi della criminalità o fra coloro che si erano resi responsabili di violazioni dei diritti umani. Forse il pendolo oscillò troppo bruscamente verso una eccessiva moralità. Non sempre i servizi segreti hanno interesse a scegliere i loro collaboratori fra i galantuomini. Gli anni Ottanta non furono per la Cia particolarmente brillanti. Con un clamoroso errore di valutazione l’agenzia aveva fornito alla presidenza degli Stati Uniti, ogni anno, un quadro troppo ottimistico dell’economia sovietica e fu quindi colta impreparata dalla crisi dell’Urss. Aveva peccato d’ignoranza o aveva preferito, per meglio assicurarsi i finanziamenti del Congresso, sopravvalutare la forza del nemico?
La fine della guerra fredda ne accelerò la crisi. La Cia e le altre organizzazioni americane per la raccolta d’informazioni perdettero un nemico e dovettero mettersi alla ricerca di un nuovo ruolo. Credettero di averlo trovato, soprattutto dopo l’elezione di Bill Clinton, nell’intelligence economica e pensarono di potere utilizzare prevalentemente le nuove tecnologie. Anziché investire sul capitale umano, in altre parole, si convinsero di potere «ascoltare» il mondo con una sofisticata rete di satelliti e sensori. Questa scelta creò almeno due incidenti. «Echelon» (un grande orecchio nello spazio per la intercettazione delle conversazioni telefoniche e dei messaggi email) provocò i risentimenti dell’Unione europea. Un aereo-spia che volava a 50 miglia dalla costa cinese suscitò l’ira della Repubblica popolare e fu costretto a un atterraggio di fortuna.
Oggi probabilmente la Cia e le sue numerose sorelle della «Intelligence community» (una espressione che definisce l’insieme delle organizzazioni spionistiche americane) hanno capito che occorre voltare pagina e attrezzarsi per fare fronte a nuovi e diversi pericoli. Ma questa «perestroika» richiede nuovi agenti, nuove strutture, una nuova mentalità. Oggi, probabilmente, la Cia è ancora del tutto impreparata a muoversi con naturalezza nel ginepraio afghano. Sfortunatamente Abdul Haq è partito per l’Afghanistan troppo presto.