|

di Guido Rampoldi
Con una ripresa sfuggente e pudica la tv
araba Al Jazeera l'altra sera ha mostrato il cadavere di un bambino morto
durante un bombardamento nella zona di Kabul. Benché il filmato sia
apparso almeno per un attimo nel notiziario di un grande network
anglosassone, e dunque circolasse nel circuito internazionale dal quale
ciascuna tv acquista immagini, lo spettacolo di quel corpo è stato negato
alla gran parte del pubblico occidentale.
Che la si chiami rimozione o censura, questa omissione dimostra un disagio
che non può essere mascherato neppure dietro le giustificazioni più
ragionevoli. E' senz'altro vero che nella guerra afgana i civili muoiono
anche perché i Taliban e gli arabi si fanno scudo della popolazione,
nascondendosi nei bazar e negli ospedali: perciò l'immagine ad alto
impatto emotivo di un civile dilaniato "da una bomba americana"
è deformante, perché mostra solo una parte della realtà.
Inoltre esporre ad una curiosità morbosa i resti infagottati di una
piccola vita non aggiunge nulla a ciò che già sappiamo: poiché
l'aviazione americana ha bombardato anche il bazar di Kandahar e ha
concesso ai piloti licenza di tirare sui mezzi in movimento, dobbiamo dare
per scontato che bambini muoiano durante i bombardamenti. Ma tutto questo
non risponde alla domanda cui non è onesto sottrarsi: perché quel
bambino morto ci fa così paura?
Proveremo a rispondere senza concedere una spanna al pacifismo lacrimoso
il cui cinismo è simmetrico al cinismo guerrafondaio, e se possibile più
ipocrita. E' perfino ovvio che le guerre sono una grande porcheria: ma
talvolta una porcheria inevitabile. Sappiamo che anche la guerra più
giusta non può evitare l'uccisione di innocenti. Ma quell'ingiustizia
spaventosa è il prezzo ineludibile per garantire la libertà, la
sicurezza o semplicemente la vita ad un numero infinitamente maggiore di
esseri umani. Seppure con ambiguità e limiti, l'attacco alla Serbia resta
provvidenziale, perché se la Nato non fosse dislocata nel Kosovo oggi i
Balcani sarebbero in fiamme. Anche la guerra afgana è inevitabile, perché
non v'è altro mezzo per liberare l'Afghanistan dai Taliban e il mondo dal
terrorismo immaginoso di al Qaeda. Ma la questione vera è se le
operazioni del Pentagono siano efficaci e proporzionate. Se cioè gli
americani non stiano uccidendo civili invano, e se rispettino il rapporto
tra mezzi e fini.
Neppure dal bordo di quella guerra segreta e invisibile è possibile
scommettere sul risultato. Fin qui la strategia americana è sembrata
zoppicante, perché sfalsata nei suoi tempi militari e politici: turbinosi
i primi, lenti i secondi. Se Bush voleva offrire un ansiolitico
all'opinione pubblica occidentale, vi è riuscito. Ma Washington ha
lanciato l'aviazione quando ancora non aveva un piano per il futuro
dell'Afghanistan, un progetto che funzionasse tanto da esca per i mullah
"pragmatici" quanto da coordinamento militare tra le fazioni
dell'opposizione afgana. Questa precipitazione non impedisce che in un
periodo breve il Pentagono dimostri di poter chiudere la partita e l'Onu
sia in grado di ricomporre l'Afganistan.
E' molto più difficile che il Pentagono riesca a convincerci di aver
adottato tutte le precauzioni necessarie ad evitare la morte di civili.
Certamente non tutte le precauzioni che la Nato adottò durante l'attacco
alla Serbia. Nella conduzione della guerra afgana si avverte un
atteggiamento assai meno problematico, uno stile sbrigativo, un primato
del "pragmatismo" militare sull'etica e sulla politica. Tutto
questo è nella cultura del Pentagono, che non a caso soffrì le cautele
con cui il comando generale della Nato diresse la guerra aerea del 1999.
Ma bisogna chiedersi perché il progressivo dilatarsi dell'elenco dei
"bersagli legittimi" non incontri resistenze, se non forse nel
Dipartimento di Stato, e comunque sia in genere accettata dalle opinioni
pubbliche occidentali. Sarebbe grave se avesse ragione l'ambasciatore dei
Taliban in Pakistan, mullah Zaif, quando ieri lamentava che "la morte
di seimila cittadini americani sembra implicare che la morte di mille
civili afgani non sia poi così importante". Ma sarebbe ancora più
preoccupante se questa insensibilità fosse sprigionata dall'atmosfera
costruita dall'amministrazione Bush intorno alla guerra al terrorismo.
Perché in quel caso la "civiltà occidentale" rischierebbe
guasti permanenti.
Da un mese nel linguaggio della Washington ufficiale si inseguono due
termini: "punizione" e "Male".
"Punizione" non ha le stesse implicazioni di
"giustizia" nel senso liberale (la "giustizia
vendicatrice" di Hegel è appunto punitiva, ma rimanda allo Stato
etico, che è il contrario dello Stato di diritto liberale). "Evil",
il male, è la parola che Bush ha pronunciato più spesso dall'11
settembre. La guerra al male. La punizione dei malvagi. In queste formule
risuona un'intensità morale sconosciuta alla flebile Europa latina,
incline al relativismo etico. Ma un ricorso così massiccio a categorie
assolute espone a slittamenti molto pericolosi. Chi caratterizza il nemico
come il male spesso si impartisce un'autoassoluzione preventiva: la sua
lotta è così cruciale da giustificare anche il ricorso a metodi
discutibili, purchè efficaci. Molto prima che Reagan proclamasse l'Urss
l'Impero del Male, gli occidentali decisero che per vincere un avversario
così minaccioso potevano anch'essi frequentare il male, seppure dalla
porta di servizio. Alla barbarie dei comunismi orientali essi opposero
metodi talvolta simmetrici: il [ab]male minore[bb], necessario a
respingere l'assalto del male assoluto. Eppure negli ultimi anni è
accaduto qualcosa di enorme: l'Occidente ha abbandonato la dottrina del
"male minore" e si è avventurato nelle terre incognite di
politiche estere "etiche".
Una certa coerenza tra mezzi e fini sembrò imporsi perfino all'arte
occidentale della guerra. Pareva essere nato un embrione di "civiltà
occidentale" il cui fondamento non era la religione o la storia, ma
una forma politica, quello Stato liberale dei diritti che afferma il
primato della persona sulla sovranità nazionale.
E' ancora quello l'Occidente? Non ne siamo più sicuri. La coerenza tra
mezzi e fini non appare più vincolante come prima. Una plateale
noncuranza ha sostituito i plateali tormenti che ci procurò la guerra del
Kosovo. La Stato illiberale è in rimonta, senza che gli occidentali
colgano il pericolo. La coalizione internazionale contro il terrorismo dà
il benvenuto a nazioni che praticano un certo grado di terrorismo di
Stato, però dentro i confini interni. Grandi democrazie che non sono
compiuti Stati di diritto, come l'India, ne approfittano per mettere in
cantiere legislazioni d'emergenza utilizzabili dai governi oggi contro il
terrorismo, domani contro l'opposizione. E la guerra afgana prosegue in
quel suo modo strano, con bombardieri rassicuranti che portano a termine
ben reclamizzati raid, e piccole stragi invisibili che non vogliamo
neppure immaginare. Resti invisibile quel bambino morto. Non ci disturbi
col dubbio che quando il male sarà sconfitto, forse non sarà il bene a
trionfare.
|