Accuse fuoriluogo



di PIERO OSTELLINO

 

 



 
«La Francia stronca la Fallaci», titolava qualche giorno fa la Repubblica . Ma quale Francia? Non quella dei lettori, che in quarantotto ore avevano già esaurito la prima edizione francese della Rabbia e l’orgoglio , le cui ulteriori ristampe stanno andando altrettanto a ruba. La Francia di cui parlava la Repubblica era il pugno di intellettuali che avevano criticato il libro. Un esempio, non inconsueto, di confusione di una parte (esigua) con il tutto. Del resto, l’episodio fotografa bene l’impatto che il libro sta avendo in tutto il mondo. Da un lato, lo straordinario successo di pubblico: un milione di copie vendute in Italia, la corsa all’acquisto in Francia non appena tradotto, l’attesa per le traduzioni che usciranno in altre lingue. Dall’altro, gli attacchi sopraccigliosi di una parte della critica, ieri in Italia, oggi in Francia, domani probabilmente altrove. Un istruttivo esempio di lontananza di una certa intellighenzia dalla gente comune.
Intorpidito dalle «droghe ideologiche» che esso stesso produce e consuma - il pacifismo, il terzomondismo, il multiculturalismo - l’Occidente stava già rimuovendo l’11 settembre dalla propria memoria politica nell’illusione che si fosse trattato di un episodio riducibile al fanatismo di Bin Laden e dei suo complici. Ragioni di opportunità tattica da un lato - l’interesse americano a coinvolgere nella lotta al terrorismo anche i governi islamici cosiddetti moderati - il conformismo e la cecità culturali dall’altro avevano prodotto una sorta di «leggenda multi-metropolitana»: l’esistenza di un Islam «buono», destinato a integrarsi con l’Occidente laico, pluralista, democratico e liberale, e di un Islam «cattivo», fondamentalista, integralista, totalitario e anti-occidentale, destinato a essere sconfitto dal primo.
La Fallaci ha detto che non c’è alcuna frontiera fra un ipotetico Islam buono e un altrettanto ipotetico Islam cattivo. L’Islam non è né buono, né cattivo. E’. Con tutto il suo carico di fondamentalismo religioso, di integralismo politico, di rifiuto della democrazia liberale e di aggressività anti-occidentale.
Un pugno nello stomaco, quello della scrittrice, ai «chierici» del linguaggio politicamente corretto. Che hanno reagito con il «tradimento» dei valori dell’Occidente in nome di un improponibile e inaccettabile relativismo etico-politico: la separazione fra religione e politica, lo spirito di tolleranza, le garanzie civili, i diritti delle donne, degli omosessuali, delle minoranze religiose e politiche, la libertà degli stili di vita. Per averne affermato la superiorità rispetto alla dottrina e alla prassi dell’islamismo la Fallaci è stata accusata di razzismo. Un’accusa volgare e davvero singolare da parte di chi non perde occasione di dirsi difensore della democrazia e della libertà; un esempio di viltà politica e di incoerenza culturale.
In Francia, la polemica contro la Fallaci ha resuscitato gli antichi demoni del giacobinismo razionalistico, democraticista, assemblearista, unanimista e illiberale che già Edmund Burke aveva condannato in nome dell’empirismo, del pragmatismo e del riformismo liberali. Lo stesso giacobinismo che ha condotto la sinistra alla sconfitta nelle ultime presidenziali e che non riesce a dare una risposta giusta, ma anche efficace al problema dell’integrazione della forte immigrazione islamica.
La Rabbia e l’orgoglio ha sollevato il sottile velo di ipocrisia sotto il quale ancora si celano la cecità politica, il conformismo culturale, l’opportunismo sociale e economico nei rapporti dell’Occidente con l’Islam. Ma Oriana Fallaci non è un Le Pen qualunque, liquidabile con l’appello ai sacri principi dell’89. E’ uno spirito libero e democratico, una grande scrittrice che ha usato l’arma retorica dell’invettiva letteraria per dire all’Occidente di non confondere il liberalismo e la democrazia con la resa ai loro nemici.