di Alberto Ronchey

 

«Il petrolio sarà la ricchezza della grande potenza islamica nascente», annunciava Bin Laden già nel 1996. Ora la quotazione del greggio è in declino sotto i 20 dollari al barile, causa la congiuntura economica internazionale, ma seguiranno come sempre i ciclici rialzi. E la strategia di Bin Laden, come dimostrano i suoi ripetuti appelli alla sovversione del regime saudita, tende al controllo dei giacimenti petroliferi nell’intera penisola arabica. Oltre a minacciare simili rivolgimenti, l’imprenditore del terrorismo esteso all’economia energetica ha dichiarato persino che vuole il prezzo del greggio a 144 dollari per barile. Solo una provocazione? Affiora l’ipotesi che per avviare il processo di rincaro e reagire alle sconfitte in Afghanistan la multinazionale Al Qaeda prepari attentati ai pozzi, agli oleodotti, alle petroliere nello Stretto di Hormuz. Secondo la concezione di Bin Laden, il tesoro petrolifero del Medio Oriente sarebbe un «dono di Allah» ai musulmani fedeli, non agli stranieri né agli «apostati servi degli occidentali». Dunque i legittimi proprietari possono e anzi devono usarlo solo per grandi finalità, senza piegarsi a sopraffazioni o rapine di fraudolenti terms of trade imposti dai mercati dell’imperialismo economico. Sia propaganda o base ideologica per l’agitazione panarabista e panislamista, la dottrina vuole ignorare che remota è l’epoca del colonialismo, come quella delle royalties petrolifere al 50 per cento. Anzi, negli ultimi decenni ogni rincaro del greggio, spesso manovrato dal «cartello dei venditori» con tagli all’offerta, ha reso immensi capitali ai maggiori esportatori.
Quali sarebbero le sopraffazioni o rapine degli occidentali? Non sono imputabili a loro le ultime guerre intorno al Golfo, «ventre petrolifero del pianeta». Quella tra Iraq e Iran, durata dal 1980 all’88. Quella subimperialista dell’arabo Saddam Hussein, che un decennio fa con l’invasione irachena del Kuwait azzardava una colossale rapina di giacimenti petroliferi. Eppure, quando si discute sul petrolio del Medio Oriente, affiora sempre il sospetto che ogni conflittualità sia riconducibile a interessi e macchinazioni degli occidentali.
Nessuno ricorda invece che la scoperta e la valorizzazione di quel patrimonio fu opera e merito di geologi, chimici, fisici, capacità imprenditoriali e rischi finanziari occidentali. La forza endogena del deserto aveva manifestato da sempre e invano la sua presenza con le scaturigini o esalazioni credute prodigi soprannaturali per lunghi secoli, anche dopo Zoroastro e il culto di quel fuoco che insorgeva dopo aver gettato una pietra in un pozzo, come narrava Marco Polo («E presono quello foco e puosorlo in una loro chiesa...»). Per tanti secoli ancora mistero, malgrado la fama delle scienze arabe, con delusione quando anziché acqua per gli abbeveraggi affiorava petrolio.
Anche se furono gli occidentali a scoprire nel greggio una preziosa risorsa dell’economia, più del carbone e d’ogni altro combustibile, ora nessuno disconosce i legittimi titoli proprietari di Stati sovrani sui loro territori. Ma si dovrebbe ammettere che i giacimenti mediorientali, senza il tributo scientifico e tecnologico degli «infedeli», sarebbero ancora inutilizzati e ignorati. Del resto la stessa domanda di greggio è legata al mondo industriale, poiché l’uso di questa fonte d’energia motrice presuppone le macchine. Anzi la chimica occidentale, usando il petrolio come materia prima, ha generato inoltre un imponente mercato dalle fibre ai farmaci. L’esportazione del «petrolio di Allah», insomma, è solo una rendita di posizione rispetto all’economia produttiva e innovativa.
Ma simili considerazioni, tanto ostiche al vittimismo arabo-islamico quanto veridiche per giudizio storico, non esauriscono la questione del petrolio. Con o senza il «rischio Bin Laden» e la cronica instabilità mediorientale, appare sempre più imperiosa la necessità di limitare i consumi di greggio e incentivare al massimo lo sviluppo delle forze energetiche alternative. Anzitutto per la salute del pianeta, come richiedono gli allarmi contro l’inquinamento dei gas da «effetto serra».