
di Beppe Severgnini
«Caro Severgnini, sono un
americano: a me è piaciuto leggere le sue esperienze negli Stati Uniti. Mi
sembra che lei agli americani voglia bene, non è vero? Come si sente, dunque,
quando i suoi connazionali bruciano la bandiera Usa? O gridano che siamo i
diavoli?».
Male, mi sento. Al lettore di cui conosco solo il nome (Steve Lefler lefler@libero.it
) vorrei dire però che non tutti gli italiani bruciano le bandiere americane.
Alcuni si preparano addirittura a sventolarle con passione polemica: e anche
questa potrebbe non essere una buona idea.
L'opinione italiana sull'America - non da oggi - ondeggia infatti tra due
estremi. C'è chi la considera un inferno ad aria condizionata; chi il paradiso.
Quando invece è soltanto un purgatorio affascinante (come l'Europa, ma le gioie
e le pene sono diverse). Un purgatorio sperimentale, come scrive anche lei nella
lettera ("Molte culture, molte religioni, molte lingue si mischiano qui.
Non sarà mai facile"). Un purgatorio coraggioso e accogliente, cui
dobbiamo guardare con l'affetto critico che si riserva agli amici. Gli
americani, per esempio, sono apostoli goffi del proprio credo: si può
dirglielo, ma nel modo e nell'occasione giusta.
Invece, come dicevo, in Italia si passa dall'oltraggio all'omaggio. Si va da chi
sostiene che «Osama Bin Laden è in qualche modo giustificabile»
(un'affermazione che non è solo sbagliata: è volgare); a chi si prepara a
gridare «Viva gli Usa!» sulle piazze e sotto le telecamere. Quando gli Usa, in
questo momento, hanno necessità di amici solidi che gli guardino le spalle; non
di avanguardie colorate. Gli americani hanno bisogno che noi europei usiamo le
nostre conoscenze per spiegare al mondo islamico come, coltivando l'odio, abbia
solo da perdere: così facendo, infatti, ci costringerà ad alzare antiche
barriere.
Sia chiaro, tuttavia: in un momento come questo, è più grave l'oltraggio
dell'omaggio. Ma del resto, caro Steve, non deve stupirsi: l'antiamericansimo è
una colla italiana che non asciuga mai, e aderisce ovunque. So che lei scrive da
Washington, ma è chiaro che conosce l'Italia. Saprà che l'antiamericanismo
diventa odio nell'estrema sinistra, freddezza in molti post-comunisti, antipatia
tra i verdi, diffidenza in una parte del mondo cattolico, invidia in una certa
destra rustica e di nuovo odio nell'estrema destra. Il cerchio si chiude, e non
è un cerchio lusinghiero.
Quello che facciamo fatica a capire, in Italia, è quanto l'America sta cercando
di fare: non in Afghanistan in questi giorni, ma in casa propria da duecento
anni. Fatichiamo a capire che l'America è un'invenzione dell'ottimismo degli
uomini, e sulla bandiera a stelle e strisce campeggia una scritta invisibile: «Lavori
in corso». Non riusciamo a renderci conto che, di questo immenso cantiere, voi
stessi siete giudici severi (la cito di nuovo: «Non siamo perfetti, negli Stati
Uniti: ma possiamo discutere, anche litigare sulle nostre divergenze di opinioni».)
Abbiamo attenuanti, mi creda. In Italia le notizie americane sono tali e tante
che diventano un faro puntato negli occhi: la luce è molta, ma si vede poco.
Dovremmo avere invece l'accortezza di abbassarci, e cercare di vedere la vita
che si muove sullo sfondo. Dovremmo capire cos'è quello che vi fa alzare al
mattino, perché amate tanto la vostra scienza veloce e la vostra breve storia,
perché vi piacciono i numeri e le squadre, cosa vi commuove in una luce al neon
intravista dalla strada.
Lei scrive, chiudendo la lettera a «Italians»: «Noi americani vogliamo la
stessa cosa degli altri abitanti nel mondo: un luogo pulito in cui vivere,
trovare un lavoro soddisfacente, crescere i nostri bambini in pace, pregare
qualsiasi Dio. Ovviamente abbiamo fatto molti errori, ma abbiamo fatto molte
cose giuste. Quale paese non ha fatto errori nel passato? Per favore, si ricordi
che l'America e la cultura occidentale hanno valori meravigliosi». Io me ne
ricordo, Steve. Ma vorrei essere in una compagnia più numerosa e meno rumorosa.