di Piero Ottone

 

 

 

 

Pietro Quaroni, il più brillante dei nostri ambasciatori negli ultimi cinquant'anni (fu titolare a Mosca, a Parigi e a Londra, oltre che, se non sbaglio, nell'Afganistan, per punizione durante il fascismo), e anche l'ambasciatore con la lingua più tagliente, definiva la politica estera italiana "la politica del sedere". Intendeva dire, a parte il gioco di parole, che importante per noi era "sedere", cioè avere un posto a tavola, essere visti in compagnia dei "grandi", dare l'impressione di essere "grandi" anche noi; anche se poi, una volta seduti, non avevamo niente da dire, e facevamo la figura degli allocchi.
La definizione di Quaroni mi è tornata alla mente in questi giorni, con la storia dei tre Grandi (inglesi, francesi, tedeschi), loro grandi davvero, riuniti a Gand o a Londra, e noi che soffrivamo le pene dell'inferno per non essere lì al loro fianco, indipendentemente dal fatto che avessimo qualche cosa da dire. E pensavo: forse è brutto non essere invitati a una festa, ma è ancora più brutto chiedere di essere invitati, quando non lo si è. Meglio evitarlo, per un minimo di dignità.
Resta il fatto che "la politica del sedere" è un nostro problema costante, dai giorni dell'unificazione in poi: Quaroni aveva visto giusto. L'Italia, da quando esiste come nazione unita e indipendente, ha costantemente aspirato a essere Grande Potenza, pari grado con le altre grandi potenze europee, per ragioni demografiche (siamo in tanti) e per ragioni storiche (eravamo grandi davvero, nel passato). È per questo che abbiamo faticosamente guerreggiato contro l'Abissinia, è per questo che abbiamo conquistato la Libia: volevamo avere un impero anche noi, indipendentemente dalla sua utilità.. È per questo che proponevamo, negli anni Trenta, il Patto a Quattro, grande invenzione di Mussolini. Eppure, nonostante gli sforzi, nonostante la buona volontà, una grande potenza, al livello di quelle vere, non lo siamo diventati mai.
Non lo siamo diventati, si capisce, per ragioni economiche e culturali, costanti attraverso gli anni: percentuale di analfabetismo, povertà di risorse, scarsità di capitali, e altre arretratezze che sarebbe lungo enumerare. È però anche vero che la statura di chi ci rappresenta e ci governa ha, di volta in volta, il suo peso. Politica del sedere? Vengo anch'io? Alcide De Gasperi, tanto per nominare il più grande, non aveva bisogno di alzare un dito per sedere a tavola con Adenauer e con Schuman, quando quei grandi uomini posavano le fondamenta dell'Europa unita; era lui, se mai, a invitare gli altri. De Gasperi era profondamente stimato: gli altri sapevano che aveva sacrificato gran parte della vita per le idee in cui credeva, lo rispettavano, lo prendevano sul serio.
Ci sono anche state occasioni in cui il rappresentante dell'Italia fu preso sul serio per la prepotenza e per l'arroganza: accadde con Craxi. Oggi, con Berlusconi, ci va un po' meno bene. Il suo nome, probabilmente, evoca coi pari grado stranieri altre configurazioni, procedimenti giudiziari, astuzie, qualche gaffe. E le barzellette non bastano per salvare la situazione.