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Sono stato molto toccato dalle lettere di adesione al mio articolo sulle
Guerre Sante, che pubblicato ieri, e ringrazio tutti coloro che hanno
voluto esprimere il loro consenso. Vorrei solo intervenire su una lettera
in cui appare una obiezione che ho udito più volte quando si apriva un
discorso sulla tolleranza, e cioè che questo termine debba venire inteso
(come accade nel linguaggio comune) come sopportazione di qualcuno che ci
è inferiore. In tal senso infatti diciamo di tollerare un importuno o uno
sciocco. Debbo dire che anche il termine che si propone in cambio,
"rispetto", ha duplice valenza: io ho grande rispetto di persone
per cui nutro ammirazione, ma posso rispettare (perché sono indulgente o
democratico) il diritto degli sciocchi a esprimere le proprie opinioni.
Capisco altresì che il termine tolleranza, per molti, evochi soltanto le
case di tollerantissima memoria.
Ma forse si dimentica che tolleranza è diventato, nella storia del
pensiero moderno, termine politico e filosofico, e si pensi alla Epistola
sulla tolleranza di Locke o al Trattato sulla tolleranza di Voltaire. E'
in questo senso che la parola acquista la sua grande e storica dignità.
Infatti il Dizionario della lingua italiana della Treccani tra le
accezioni di tolleranza pone: "atteggiamento teorico e pratico di
chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte e letteratura,
rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle a
cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione".
Dal canto proprio il Dizionario di Filosofia di Abbagnano, definendo la
tolleranza come norma o principio della libertà religiosa, recita:
"Si è ritenuto talora poco adatto a designare questo principio un
termine che significa 'sopportazione'; ma in realtà la parola è stata
l'emblema di quella libertà sin dalle prime lotte che essa è costata e
attraverso le quali si è venuta affermando in forme che sono ancor oggi
deboli e incomplete. Nessun altro termine potrebbe perciò
sostituirla".
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