di Umberto Eco

 




Sono stato molto toccato dalle lettere di adesione al mio articolo sulle Guerre Sante, che pubblicato ieri, e ringrazio tutti coloro che hanno voluto esprimere il loro consenso. Vorrei solo intervenire su una lettera in cui appare una obiezione che ho udito più volte quando si apriva un discorso sulla tolleranza, e cioè che questo termine debba venire inteso (come accade nel linguaggio comune) come sopportazione di qualcuno che ci è inferiore. In tal senso infatti diciamo di tollerare un importuno o uno sciocco. Debbo dire che anche il termine che si propone in cambio, "rispetto", ha duplice valenza: io ho grande rispetto di persone per cui nutro ammirazione, ma posso rispettare (perché sono indulgente o democratico) il diritto degli sciocchi a esprimere le proprie opinioni. Capisco altresì che il termine tolleranza, per molti, evochi soltanto le case di tollerantissima memoria.
Ma forse si dimentica che tolleranza è diventato, nella storia del pensiero moderno, termine politico e filosofico, e si pensi alla Epistola sulla tolleranza di Locke o al Trattato sulla tolleranza di Voltaire. E' in questo senso che la parola acquista la sua grande e storica dignità. Infatti il Dizionario della lingua italiana della Treccani tra le accezioni di tolleranza pone: "atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte e letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle a cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione".

Dal canto proprio il Dizionario di Filosofia di Abbagnano, definendo la tolleranza come norma o principio della libertà religiosa, recita: "Si è ritenuto talora poco adatto a designare questo principio un termine che significa 'sopportazione'; ma in realtà la parola è stata l'emblema di quella libertà sin dalle prime lotte che essa è costata e attraverso le quali si è venuta affermando in forme che sono ancor oggi deboli e incomplete. Nessun altro termine potrebbe perciò sostituirla".