di Timothy  Garton Ash

 

ABBIAMO già avuto le prime vittime di questa guerra. Sono la verità, l'alleanza Occidentale e l'unità europea. Oggi piangiamo la scomparsa dell'unità europea. Quale patetico battesimo ha avuto l'Europa sulla questione irachena. Nell'anno che avrebbe dovuto celebrare la riunificazione europea con la convenzione costituzionale e il suo allargamento verso Est, l'Europa è caduta a pezzi. Blair sta dalla parte dell'America. La Francia e la Germania incespicano in un malriuscito tentativo di dimostrare che l'Europa può essere una superpotenza alternativa. Francia e Germania sono appoggiate dal potente Belgio. L'Italia, la Spagna e la Polonia si schierano con Blair e gli Atlantici. Altrettanto fanno i governi di tutti i più piccoli Stati dell'Europa centrale e orientale, la nuova Europa, considerata tale per il suo recente ingresso nella Nato e nell'Unione Europea. Lunedì il presidente Chirac li ha definiti «educati non del tutto bene» e ha affermato che «hanno perso una buona occasione per starsene zitti». Dopo tutto - così sottintendevano le sue parole - avrebbero potuto continuare a rimanere al di fuori della Ue. Ah, quella squisita gentilezza francese. Così dissimile dal bullismo americano. Ma l'opinione pubblica del continente (compresa l'Inghilterra) è contro la guerra e questo significa che è più dalla parte della Francia e della Germania. Dalle labbra dell'uomo che dovrebbe parlare in politica estera a nome dell'Europa, Javier Solana, non ci giunge nulla. Il compromesso tra la posizione gollista e quella atlantica a proposito dell'Iraq, emerso lunedì dalla dichiarazione della Ue, è più vacillante del più tremulo cono di panna montata che si possa comperare a due soldi. Dopo undici anni di presunte convergenze in tema di politica estera europea e di sicurezza, l'Europa sarà più disunita nel corso della seconda guerra del Golfo di quanto non sia stata durante la prima. Oh, che nuova Europa coraggiosa, che abili statisti si ritrova.

Tre sono i principali colpevoli: Schroeder, Chirac e Blair. Qual-siasi cosa si dica, la Francia, la Germania e l'Inghilterra costituiscono la Lega dei premier della politica estera europea. Non vi è garanzia alcuna che altri vadano laddove essi indicano, ma se non lo faranno insieme, sicuramente gli altri si disperderanno.Non appena lo scorso autunno Bush mise l'Iraq in cima alla sua agenda di politica estera, per le sue varie e multiforme ragioni, le linee telefoniche tra Parigi, Berlino e Londra devono aver iniziato a ribollire. Sapendo che questo sarebbe stato un vero e proprio banco di prova, tanto per l'Europa quanto per l'Occidente, i tre manager della Europe's Premier League avrebbero dovuto rispondere a Bush con queste parole: «Sì, siamo d'accordo, il terrorismo internazionale e i dittatori costituiscono una grave minaccia per tutti. Se vogliamo la pace dobbiamo essere pronti alla guerra. Siamo con te, fianco a fianco. E vero, Saddam non può continuare a violare le risoluzioni dell'Onu. Ma nemmeno Israele può. Lavoriamo dunque assieme per disarmare Saddam, ma anche per riformare democraticamente l'Iran e l'Arabia Saudita e per trovare una soluzione valida per gli israeliani e i palestinesi. Noi in Europa abbiamo un interesse ancora più considerevole di voi a che il Medio Oriente sia pacificato e democratizzato. Siamo loro vicini di casa. Quindi è bene varare questo nuovo grande progetto transatlantico». Se Blair da solo ha contribuito da parte sua (accanto a molte altre sfere di influenza interne all'America) a portare Bush lungo la strada delle Nazioni Unite, quanto maggiore impatto potrebbe aver avuto una comune posizione dell'Europa? Una posizione europea - proprio così - che partisse dalla premessa che per trattare con dittatori del calibro di Saddam, è essenziale un fronte unito delle democrazie d'America e d'Europa. Altrimenti, da parte nostra, si tratta solo di un bluff. Invece i nostri tre cavalieri sono partiti al galoppo in direzioni diverse. Sono stati indotti a ciò dalle loro profonde visioni del mondo, dalla posizione che in quel mondo occupano - come loro la vedono - le loro nazioni; dalle loro faccende interne; da una carenza di solidarietà spontanea l'uno nei confronti degli altri. La stampa in America e in Inghilterra ha accusato la Francia, ma in questo caso la Germania, non la Francia, ha costituito la novità. Di fronte al rischio di una sconfitta elettorale, il Cancelliere Schroeder ha salvato la sua pelle politica appellandosi all' argomento che ha maggior eco nella Germania post bellica: la "pace". Mai più guerre - ha detto - e gli ondeggianti voti delle donne che ancora ricordano gli orrori della guerra gli hanno salvato il posto, per un soffio.

In un certo senso l'insistenza della Germania nell'asserire che non pren-derà parte alla guerra ribalta la vecchia tradizione post-1945 di astinenza politica della Germania Occidentale, dalla quale molto cautamente aveva preso le distanze di recente, schierando i soldati tedeschi in Kosovo e in Afghanistan. Per altri versi, invece, si tratta di un allontanamento impressionante dalla vecchia tradizione in politica estera della Germania Occidentale post-1945, quella il cui primo comandamento era: non mettersi mai nei guai, stare sempre nel mezzo del convoglio, cercare sempre di colmare i divari, tra Est e Ovest, tra Europa e America. Improvvisamente, invece, la Germania è ad uno degli estremi, e se il 15 marzo la Francia infine darà il suo appoggio ad una seconda risoluzione delle Nazioni Unite che legittimi l'azione militare, la Germania si ritroverà da sola.

Chirac, invece, sta facendo soltanto quello che la Francia fa di solito. I gollisti saranno sempre gollisti. E Blair, anche lui, sta facendo soltanto quello che l'Inghilterra fa di solito. Anche i se-guaci di Churchill saranno sempre seguaci di Churchill. Quando arriva un momento di crisi, i francesi si rivelano sordi nei confronti dell'America, così come gli inglesi sono sordi nei confronti dell'Europa. Eppure si suppone che questo sia il Primo Ministro inglese più filoeuropeo - e il presidente francese meno antiamericano - che abbiamo avuto negli ultimi quattro anni. E si supponeva che loro fossero i due leader destinati a delineare maggiormente l'identità difensiva dell'Europa.

Nel frattempo, si presume che un altro francese attempato, l'ex presidente Valery Giscard d'Estaing, tiri le fila della convenzione che sta decidendo del futuro dell'Europa. Ora, però si può essere sicuri di una cosa soltanto: non è questo di cui parlerà l'Europa in primavera. Nella sua bozza del trattato costituzionale, la convenzione suggerisce quattro possibili nomi per l'Europa del futuro : Europa Unita, Stati Uniti d'Europa, Unione Europea o Comunità Europea. La Vera Europa, invece, sta suggerendo un quinto nome: Europa Divisa. Se Giscard non sarà più che attento, finirà con l'assomigliare ad un vecchio nonnetto che ad una festa di compleanno esclama: «Che bella famiglia felice che siamo!» mentre i piatti volano in aria da una stanza all' altra, i cuginetti fanno a botte dietro il divano e il figlio e la cognata parlottano di divorzio chiusi in cucina. Come si può evitare che questo accada? Forse non si può. In passato, l'Europa ha sempre fatto ritorno alla sua brutta abitudine di cambiare alleanze e nemici.

Da nessuna parte è scritto che l'alleanza transatlantica debba sopravvivere a lungo, necessariamente, al crollo del comune nemico che ne ha motivato la nascita. Tentare, però, può valerne la pena. Ed ecco come si potrebbe fare. In questo periodo dell'anno Zermatt è un luogo incantevole: in alto, difficile da raggiungere, molto freddo e utile a schiarirsi le meningi. Mi dicono che, in più, in questo momento c'è una neve stupenda. Gerhard, Tony e Jacques dovrebbero arrampicarsi in cima a quella montagna per trascorrervi un lungo weekend. In compagnia soltanto dei loro collaboratori più stretti e dei necessari interpreti - niente stampa, niente comunicati - dovrebbero sedersi allo stesso tavolo e chiedersi: «Come possiamo metterci d'accordo? Che cosa è ragionevolmente lecito aspettarsi da Bush? Come possiamo riconciliare le due anime che si contendono il petto faustiano dell'Europa, l'atlantico e il gollista? Come possiamo colmare insieme il crescente abisso che separa l'Atlantico?». Forse qualcuno in Europa - gli spagnoli, gli italiani, i tre presidenti della Ue - potranno offendersi per non essere stati invitati, ma dopotutto si tratterebbe di una riunione privata di famiglia, con una breve riunione politica doposcì. Vi sembra poco realistico? Non c'è dubbio. Preferite forse la situazione odierna?