
di Duilio Courir
Non ci persuade quello che è avvenuto ad Amburgo nei giorni successivi agli attentati terroristici a New York,
anche se l'ondata di emozione che ha
colpito e travolto il mondo può giustificare
molte reazioni e tante altre cose. Karlheinz
Stockhausen si trovava nella città anseatica
per un ciclo di concerti e ha seguito,
come tutti alla televisione, gli eventi
terrificanti e sbalorditivi che la Cnn ha trasmesso
in diretta con l'attacco terroristico degli
aerei dirottati, l'impatto tremendo e il
crollo delle due torri gemelle di Manhattan,
qualcosa che ha fatto impallidire e dimenticare
tutte le immaginazioni dei film del
terrore.
Anche il musicista
ha seguito tutto quello che hanno visto gli altri
spettatori e dopo tanto guardare avrebbe detto: «Si tratta della più grande opera d'arte che sia mai stata data», riferendosi all'attacco alle torri del World Trade Center. Le reazioni a queste
affermazioni di Stockhausen sono state immediate ed
estreme, sull'onda di una comprensibile indignazione emotiva
e morale. I suoi concerti sono stati cancellati e due
colleghi, Ligeti e Rihm, non meno famosi di
Stockhausen, hanno rilasciato dichiarazioni dalle
quali traspare non solamente l'indignazione senza la minima
indulgenza, ma anche forse una inconfessata avversione per la poetica del compositore
tedesco. Ligeti ha detto senza mezzi termini che «se
Stockhausen considera questo massacro di
innocenti come un' opera d'arte, penso che si
debba chiuderlo in una clinica psichiatrica» e Wolfgang Rihm, con una maggiore conoscenza della storia
dell'artista, ha parlato di «un uomo che non si è messo dalla parte dei terroristi ma che in questa circostanza in maniera costernante ha perduto ogni senso della misura». Effettivamente vi sono situazioni nelle quali occorre preservare a ogni costo la distinzione fra
il gioco teatrale, anche il più ardentemente inventivo e l'evidenza flagrante
della concretezza del crimine, che non ricade nel
dominio estetico ma in quello dell'estrema barbarie e basta.
In realtà la misura non è stata mai la virtù fondamentale di Karlheinz Stockhausen il cui pensiero
non è mai da prendere assolutamente alla lettera se non si vuole
smarrire il senso di una esperienza unica nella compositività moderna. Il compositore tedesco,
fortemente influenzato da Wagner malgrado tutte le
sue negazioni, è una miscela di fantasia scatenata e di
razionalità, di passione dilettantesca e di tecnicismo strenuo, e circola nella sua opera un'aria di perpetua Genesi, di un grande fiato cosmico. C'è
in lui una specie di sovrumana sicurezza, uno sguardo capace di scandagliare dentro profondità ancestrali. Forse egli ha visto nell'attacco terroristico contro New York una sorta di
opera d'arte di Lucifero, un suo personaggio daLicht, una
specie di crollo del Walhalla o un capitolo del grande conflitto fra Michael, l'angelo del Paradiso, e Lucifero, il simbolo della ribellione e della distruzione cosmica.
Ma l'errore fatale di Karlheinz Stockhau-sen è stato quello di trasportare un atto di violenza e di barbarie contro l'umano nel proprio teatro totale, di riportare quello che di tremendo avveniva sulla scena del mondo
nell'intimità della propria invenzione e della propria favola musicale
scambiando le fiamme concrete e disumane del World Trade Center, opera di un
terrorismo planetario, per certi scuotimenti cosmici delle saghe wagneriane o per la misteriosità dell'esoterismo-orientalismo, ombre retrostanti
che appartengono al Flauto magico. L'antitesi e il dissidio fra arte e vita sono stati
uno dei grandi temi della cultura europea e
particolarmente mitteleuropea alla fine dell'Ottocento e nei primi
decenni del secolo successivo. Le voci più acute di quella
stagione hanno scandagliato nel profondo la
complessità di quella problematica. Kafka, Freud, Ibsen, Thomas Mann hanno vissuto il disagio e l'impossibile
mediazione fra i due termini del dilemma.
Karlheinz Stockhausen è figlio
spirituale di quella stagione dell'intelligenza europea
come lo è linguisticamente della Darmstadt
di quest'ultimo dopoguerra, ma pensare
di attribuirgli l'idea che egli potesse guardare alla crudeltà degli eventi newyorkesi con compiacimento estetizzante, o che potesse sentirsi dalla parte dei terroristi,
significa tentare di violentare le sue
idee e la sua esistenza di musicista o come
voler attribuire a Wagner le colpe della
soluzione «finale» contro gli ebrei. Li-geti
e Rihm sanno che mettere le mani dentro
le sue partiture gremite di sogni è sempre un'impresa da perdere la testa ed
è forse anche meno facile entrare e semplificare
le parole attraverso le quali viaggia la sua fantasia.
Stockhausen resta sempre un figlio
dell'espressionismo che impone la sua geniale
esasperata messa a fuoco del materiale
sonoro. Il suo atteggiamento estetico
è quello di un'esaltazione dell'idea assoluta.
Certo. I termini sono forse spesso
insufficienti a definire le cose. Ma è noto che gli altri si sono svincolati da
un rapporto con la musica che assume i contorni della divinazione ed hanno
accettato di più i compromessi delle convenzioni. Questo musicista è rimasto
attaccato al suo ideale di purezza e quindi è rimasto sul tema dello
sperimentalismo romantico più estremo. Ma tutto questo con il MusikTerrorismus
non può mai – proprio mai e per nessuna ragione – essere confuso.